• Home
  • Francesco Piludu

Autore: Francesco Piludu

Il sangue sul martello de “S’accabbadora”

Un’indagine medica trova le prove di veridicità su una delle leggende della storia sarda

I reperti, trovati in un luogo tenuto segreto, che provano l’esistenza de “S’Accabbdora” (foto FP)

Gianfranco Tore, docente di Storia della Sardegna all’università di Cagliari, parla di una “vera e propria prova regina” che dimostra che

Quattro medici, a otto mani, hanno esaminato e verificato le prove recuperate in un paese del sud Sardegna. “Un giorno un mio paziente mi ha presentato un martello in legno con delle tracce di sangue che aveva trovato in una nicchia della vecchia casa dei nonni.” spiega il cardiologo Augusto Marini, “Ho coinvolto i colleghi per capire, anche storicamente, a cosa potesse essere servito. Qualche tempo più tardi un altro paziente mi disse che sapeva che i nonni conoscevano un’ “accabbadora” nel paese vicino, quel paese era lo stesso dove c’erano i reperti trovati nella nicchia”.

Secondo Wikipedia “Il termine sardo femina accabadora, femina agabbadòra o, più comunemente, agabbadora o accabadora (s’agabbadóra, lett. “colei che finisce”, deriva dal sardo s’acabbu, “la fine” o dallo spagnolo acabar, “terminare”) denota la figura storicamente non comprovata di una donna che si incaricava di portare la morte a persone di qualunque età, nel caso in cui queste fossero in condizioni di malattia tali da portare i familiari o la stessa vittima a richiederla.”. “Nella nicchia abbiamo trovato una “mazzocca di olivastro”, murata e nascosta dietro un telo in orbace a strisce, ma ancora parzialmente aperta. Non solo: all’interno della parete c’era un tronchetto di legno avvolto in ritagli di giornale “il tutto legato con uno spago che in Sardegna prende il nome di marredda. Il legno si rivelò essere uno scalpello con punta piatta, noto col nome di sa misericordia, i reperti cartacei tratti da periodici religiosi. Ritagli che riportavano date risalenti agli anni ’20 del Novecento. Un rosario con vaghi di legno e medaglietta e un foglio piegato in quattro, con scritti a matita e in bella grafia, nove nomi di persone con il numero uno – 1 – di fianco. Vi era una moneta di rame, un dente umano e un piccolo pezzo di legno tarlato” spiega Aldo Cinus, medico di base e oculista, “i nomi per il periodo ci hanno dimostrato che non erano solo persone anziane e che quello dovesse essere l’elenco delle persone da “assistere”.

I reperti trovati e le tracce di sangue, esaminate dal Dottor Antonio Demontis, anatomopatologo, hanno dimostrato che l’utilizzo fosse diretto, probabilmente per spezzare la terza vertebra celebrale o portando all soffocamento tramite l’ostruzione dell’apparato laringofaringeo.

“In molti paesi molti disabili gravi e anziani terminali” chiarisce Mariano Staffa, medico di base, dentista e esperto di tradizioni popolari, “venivano accompagnati alla morte con medicine come arsenico, diventando lui stesso “accabbadore” ma in alcuni casi il medico non poteva e si trovava una persona, in molti casi l’ostetrica, che poneva termine alle vite più difficili o, determinava che il neonato era “nato morto” se la situazione di malformazione avrebbe complicato la vita o creato maldicenze demoniche presenti nella tradizione.”

“Da tempo ci domandiamo se il mito, la tradizione, il rituale de s’accabadura siano mai esistiti, questa nostra riflessione vuole portare qualche mattoncino verso l’esistenza di una reale tradizione di facilitazione del trapasso quando questo era particolarmente doloroso e difficile. Allo stato attuale del dibattito appare complesso affermare con certezza assoluta l’esistenza de s’accabadura, ma è difficile pure negarlo. Nel profondo del cuore non credo sia così importante sapere se nel nostro passato sia esistita una simile pratica o se ne sia sempre stato coltivato il mito. Quello che è certo, senza il men che minimo dubbio, è che per oltre venticinque secoli si è favoleggiato sull’esistenza di particolari figure che agevolavano la morte non per cattiveria o per trarne qualche vantaggio, ma solo per misericordiosa pietà al fine di abbreviare la sofferenza peri-mortale.” chiarisce il Dottor Staffa nella presentazione del libro “ Accabadora mito e realtà. Storia e reperti di un ritrovamento” edito da Isopalma e disponibile in diverse librerie dell’area cagliaritana oltre che in internet,

su Amazon https://www.amazon.it/Accabadora-realt%C3%A0-Storia-reperti-ritrovamento/dp/8894521966

Ibs https://www.ibs.it/accabadora-mito-realta-storia-reperti-libro-vari/e/9788894521962?inventoryId=349163916

Libreria universitaria https://www.libreriauniversitaria.it/accabadora-mito-realta-storia-reperti/libro/9788894521962

Il dottor Augusto Marini interviene ad una recente presentazione del libro, con gli altri autori, organizzata a Quartu Sant’Elena presso Casa Olla in collaborazione con il Gruppo folk Città di Quarto 1928 e sostenuta dalla Fondazione di Sardegna

Un’estate da vivere

Le Parrocchie di Quartu Sant’Elena in prima fila per offrire alle ragazze ed ai ragazzi un’estate con un po’ di libertà.

Mese di luglio ricco di iniziative negli oratori parrocchiali della terza città della Sardegna. La Basilica di Sant’Elena e la Parrocchia di San Luca Evangelista hanno presentato le attività legate al programma proposto dalla Pastorale giovanile con il Cre-Grest dal tema “HURRÀ!”: che bella avventura diventare grandi insieme, giocando e mettendosi in gioco.

L’oratorio Sant’Elena in via Eligio Porcu ha coinvolto centinaia di ragazze e ragazzi, bambine e bambini in tre intense settimane alternando giochi, laboratori e catechesi con diversi ospiti della diocesi, tra questi l’Arcivescovo Mons. Giuseppe Baturi. Nel rispetto delle norme anti-COVID 19, con mascherine e igienizzanti sempre a portata di mano, ci sei incontrati in centinaia, con anche serate per tutte là famiglie che insieme hanno condiviso sia momenti conviviali che la cena preparata dai ragazzi più grandi aiutate da volontari e catechiste che si sono messe a disposizione. «Sono state delle settimane entusiasmanti, che ci hanno permesso di poter dimenticare, seppure per poco, le tante limitazioni e difficoltà dell’ultimo anno. I ragazzi si sono divertiti e hanno raccolto bene la proposta che gli abbiamo fatto, un buon proposito per il futuro» ha dichiarato don Gianmarco Lorrai, vice parroco di Sant’Elena e responsabile dell’oratorio e delle attività giovanili.

Qualche chilometro più ad est, sopra il colle del Margine Rosso, è il parroco don Davide Collu a guidare, con l’ausilio di un centinaio di volontarie e volontari (anche giovanissimi) i 126 giovani iscritti, a seguire, per tre settimane, il “pozzo” guida del villaggio dove le diverse squadre si sono ritrovate. «Un progetto comunitario, dove tutti dal più piccolo al più grande si sono messi in gioco per far rifletter e sull’importanza della fede e sul loro mettersi a disposizione della società» ha dichiarato il parroco.
Nel rispetto delle norme anti COVID si è realizzato un percorso di attività e laboratori che, con il gioco al centro, ha avviato le attività estive che proseguono nell’estate con i campi per i ragazzi di medie e superiori sempre sul segno di far conoscere la figura di Cristo come perdono abbella e sorridente e c’è i guida a vivere la nostra vita attraverso la comunità che ci circonda. Un percorso bellissimo e intenso così lo ha definito in conclusione il parroco.

Nelle parrocchie di Santo Stefano e Sacro Cuore sono state ospitate attività estive affidate a organizzazioni esterne che hanno coinvolto decine di ragazze dei quartieri con laboratori, in particolare incentrati sull’educazione musicale, attività cardine della pastorale delle due parrocchie guidate da don Giulio Madeddu e don Gabriele Casu.

L’Amministrazione comunale ha proposto un Centro Estivo, dedicato in particolare ai ragazzi con disabilità, per favorire un reale processo d’integrazione fra i giovanissimi, in grado di stimolare l’interazione spontanea fra i ragazzi normodotati e i loro compagni in modo naturale e bilanciato: la proporzione ideale sarà di un minore con disabilità ogni 7 bambini e ragazzi. Con l’utilizzo degli spazi di alcuni edifici scolastici e in particolar modo le aree cortilizie, si è offerta una proposta volta a limitare le difficoltà di questo ultimo anno.

Iniziative come queste, in particolare portate avanti dalle Parrocchie, sono la vera positività di questa estate nella città di Quartu e vanno valorizzate e sostenute.

La serata conclusiva del CRE della Parrocchia di Sant’Elena

Foto: pagine Facebook Basilica Sant’Elena Imperatrice e Parrocchia San Luca – Margine Rosso

gruppo di confronto S.Stefano

Un percorso di sviluppo e crescita comunitaria

Avviato nella Parrocchia di Santo Stefano il gruppo di confronto per le attività della pastorale sociale e del lavoro

“Lo sviluppo integrale dell’uomo alla luce del Vangelo” è questo il titolo dell’incontro che si svolto sabato 12 giugno nel salone parrocchiale della Parrocchia di Santo Stefano a Quartu Sant’Elena, aperto dal parroco Mons. Giulio Madeddu come avvio di un gruppo di pastorale sociale parrocchiale, che può essere a disposizione per l’intera comunità cittadina per creare esperienze di crescita e sviluppo locale. Sono intervenuti per i saluti prima la presidente della Commissione comunale alle Politiche sociali Marina del Zompo, che ha presentato come in città si stia cercando di affrontare le difficoltà con una grande armonia all’interno dell’amministrazione tra maggioranza e minoranza, e si mette a disposizione del lavoro che la pastorale sociale vorrà proporre; poi il presidente del Parco del Molentargius, Stefano Secci, che ritiene sia necessario mettersi in ascolto in un momento di grande difficoltà durante la pandemia, ricordando la sua partecipazione alla scuola di formazione della diocesi circa vent’anni fa ha ricordato come oggi sia importante confrontarsi, un accenno al contesto del Molentargius soprattutto dal punto di vista del creato e del bene sociale che l’ area verde deve rappresentare.

I lavori sono stati guidati da Don Ignazio Boi, diacono e direttore dell’Ufficio diocesano della Pastorale sociale e del lavoro, che è succeduto a Don Giulio nell’incarico diocesano, “Un ringraziamento a Don Giulio per questa proposta di pastorale parrocchiale” ha detto, “che ben si inserisce nel nostro percorso diocesano per il dopo pandemia”. “Ipotesi e prospettive della Pastorale sociale diocesana per il dopo emergenza” è il titolo del progetto diocesano, presentato durante l’incontro, che mira ad affrontare e vivere il cambiamento del prima e del dopo, ciò che abbiamo affrontato come distanziamento, isolamento e protezione rapportandolo a quando ci distanziavamo dagli altri, ci si chiudeva in se stessi e si aveva diffidenza negli altri. “#andràtuttobene si diceva, ma non è andato per niente bene. Morti, crisi economica e sociale e anche psichica” ha proseguito Ignazio Boi, “ non siamo nella stessa barca ma nella stessa tempesta su barche diverse”.

Boi citando Papa Francesco “…peggio di questa crisi c’ è solo il dramma di sprecarla chiudendoci in noi stessi” ha sottolineato che, da questo incontro, si può essere migliori perché dopo una crisi si esce meglio o peggio, non come prima e bisogna coglierne l’occasione, è ricordato che la chiesa di Cagliari ha avviato una lavoro di riflessione tra la crisi sociale e la pandemia, non un documento ma uno strumento aperto da utilizzare.

Persona, comunità, educazione e lavoro sono le quattro parole chiave della riflessione, strumento per la ripartenza delle nostre comunità e dei loro bisogni, attraverso opere di carità (Banca del tempo e centri di ascolto), impegno civile ecclesiale nella partecipazione e nell’ambiente, la scuola e la formazione e politiche attive volte alla crescita professionale. I principi della dottrina sociale della chiesa: vedere (studio), giudicare (preghiera), agire (azione) guidano il percorso per i beni comuni, il cambiamento, pastorale “itinerante” e una resilienza trasformativa. #passioltrelacrisi è quindi il percorso avviato per passare dalla divisione alla con-divisione.

Il secondo intervento è stato quello di Gilberto Marras, componente dell’equipe della pastorale sociale diocesana e direttore di Confcooperative, che ha ritenuto l’incontro di oggi un importante lavoro di comunità. Attraverso un’analisi del contesto in cui viviamo, legato al capitale e alle sue forme, ma anche alla organizzazione del contesto sociale e sanitario. “Un nuovo modo di organizzarsi che non sia un ritorno al passato, un agire passando attraverso i principi della Chiesa che mette al centro le persone, in particolare i più poveri.”

Marras ha presentato l’esperienza della Parrocchia di San Giovanni Bosco a Selargius e dell’Associazione Mario Serafin (CGS) che con centinaia di bambini, ragazzi e decine di famiglie coinvolti in un percorso di crescita, formazione, cultura e sport, molto attive prima del COVID, saranno alla base della ripartenza, con un’attenzione agli spazi che devono essere riorganizzati e migliorati in base alle necessità sanitari comprese in quest’anno. “Realtà come queste devono essere strumenti per la Chiesa e per la sua azione, serve guardare al sociale e alla crescita con la collaborazione tra realtà diverse e poi le risorse arriveranno” ha concluso Marras.

Il terzo contributo è stato quello di Sara Farris, animatrice del Progetto Policoro diocesano e delegata alla prossima Settimana sociale dei Cattolici italiani che si terrà il prossimo ottobre a Taranto. “Il progetto ha il compito di formarci su tematiche nuove” ha detto, “per darci strumenti utili per creare imprese autonome”. Il progetto Policoro è una realtà coordinata dalla Pastorale sociale del lavoro, dalla Pastorale giovanile e dalla Caritas. Ha presentato le Settimane sociali, nate per affrontare i problemi e non solo per studiarli, come è stato fatto a Cagliari nel 2017 il cui tema era “Il lavoro che vogliamo, libero creativo, partecipativo e solidale”. A Taranto il tema sarà “Il pianeta che speriamo: ambiente lavoro e futuro” con la parola chiave #tuttoèconnesso. L’animatrice ha presentato le proposte che verranno portate dai giovani: assistenza di prossimità, studenti al centro, PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) – turismo, mappatura dei beni ecclesiastici in disuso, spazio ai giovani, Pillole di comunicazione. “Per noi giovani questi lavoro può essere uno spunto importante per la nostra crescita”.

L’incontro, trasmesso in diretta sulla pagina Facebook della Parrocchia, si è concluso con un breve dibattito tra gli intervenuti in presenza e con un saluto dell’Arcivescovo di Cagliari Mons. Giuseppe Baturi, sulle necessità di nuove idee e iniziative anche alla luce delle testimonianze degli interventi, Don Giulio Madeddu ha rilanciato ad un prossimo incontro per costruire insieme un’attività progettuale che crei sviluppo sociale.

[Foto F. Piludu]

Mons. Giuseppe Baturi
Un momento dell’incontro
PS logo inverted


Profilo Sociale - Periodico Online

Editore: Starter s.c.s. - Quartu Sant'Elena (CA), via Eligio Porcu 116 - P.Iva 03564920928

Direttore responsabile Andrea Matta - Registrazione Tribunale di Cagliari n.4 del 26 aprile 2018

Hosting provider: Netsons s.r.l. - Pescara (PE), via Tirino 99 - P.Iva 01838660684

Webdesign e sviluppo: Nicola Cabras, Starter scs