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Autore: NC

Violenza sulle donne: questioni di genere

di Elisabetta Boeddu

Il 25 novembre si celebra la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

La stampa, nella maggior parte dei casi, ci parla di violenza sulle donne unicamente come espressione di una patologia nell’aggressore o di una incapacità dello stesso a controllare la propria rabbia. Per offrire una spiegazione più ampia del fenomeno però ritengo certamente più utile sostituire le parole “violenza sulle donne” con  violenza di genere. La violenza, infatti, non è solo una questione di “donne”, bensì di “uomini e donne”. In particolare, la violenza di genere è espressione di una patologia relazionale tra persone, fortemente legata alla modalità con cui le relazioni tra uomini e donne si costruiscono e si strutturano e ai modelli di “uomo” e “donna” che la società ci propone.

I termini che utilizziamo per definire il fenomeno infatti veicolano significati ben precisi, contribuendo a creare un sistema di ruoli e di aspettative sociali in base al quale a uomini e donne vengono attribuite caratteristiche ed inclinazioni diverse, presentando tale differenza come la diretta conseguenza della diversità maschile e femminile sul piano biologico e fisico. Credenze e stereotipi come questi sono subdoli e difficili da eradicare. Nessuno di noi, infatti, è immune da tali meccanismi che sono funzionali alla nostra mente e in grado di aiutarci a semplificare e comprendere in modo più rapido la realtà. Tali differenze, infatti, non sono biologicamente determinate bensì apprese in famiglia, a scuola, nei contesti sociali di appartenenza.

La violenza è il risultato del conservarsi di una condizione storicamente ineguale, che ha portato a una disuguaglianza profonda nei rapporti tra uomini e donne, al permanere di una struttura patriarcale basata su un condiviso squilibrio di potere tra uomo e donna, alla diffusione di una idea di inferiorità del sesso/genere femminile rispetto al genere maschile e ad una costante oggettivazione della donna.

La supposta inferiorità della donna rispetto all’uomo e l’utilizzo del corpo della donna come semplice “oggetto”, ad esempio, sono presenti in maniera pervasiva nella comunicazione utilizzata dai mass media, che utilizza il corpo della donna o parti di esso per affermare che la donna vive in funzione del volere maschile o per rendere più appetibile una campagna pubblicitaria (nella maggior parte dei casi indirizzata agli uomini), dando alla donna lo stesso valore del prodotto da vendere: un pneumatico per auto, un profumo, un’utilitaria ultimo modello.

Il radicamento di stereotipi di questo tipo nella vita sociale, economica, culturale, e politica del nostro paese rappresentano un ostacolo non solo al raggiungimento della parità tra i generi, ma anche una delle cause principali alla base dei fenomeni di violenza sulle donne. Intervenire per abbattere tali stereotipi e promuovere azioni che siano di valorizzazione delle differenze di ciascuno e dell’uguaglianza reale tra uomini e donne rappresentano un’azione di prevenzione primaria della violenza di genere a cui siamo quotidianamente chiamati, non solo il 25 novembre.

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